Che senso ha la bad bank? Cosa significa “contesto” al tempo di Renzi

11 AGO 20
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Al direttore - Da tempo, c’è chi evoca – o invoca – una “bad bank”. L’obiettivo – si dice – sarebbe quello di risanare i bilanci delle banche italiane, alleggerendoli delle “sofferenze”, cioè dei crediti difficilmente recuperabili, così da favorire l’erogazione di nuovo credito all’economia reale. Dunque non sarebbe, sostengono i fautori, un “salvataggio” delle banche, ma uno strumento per accelerare la ripresa del credito, quindi la crescita. Chi scrive non dubita della bontà e della nobiltà delle intenzioni: ma, com’è noto, di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno (that is to say, in Italy, della più classica “socializzazione delle perdite” sulle spalle dei contribuenti). Valuteremo con attenzione, nel merito, le proposte che verranno eventualmente avanzate, ma fin d’ora è bene elencare una serie di paletti (liberali). Innanzitutto, occorre evitare salvataggi nascosti e perdite a carico delle finanze pubbliche, quindi dei contribuenti: non sarebbe giusto e non ce lo possiamo permettere. Per rimuovere le sofferenze dal bilancio delle banche esistono soluzioni di mercato: quei crediti si possono semplicemente vendere, soprattutto oggi che la crisi finanziaria è alle spalle. Non rientra tra i compiti dello stato costituire banche o enti simili. Se la “soluzione leggera” evocata dal ministro Padoan è di natura regolatoria, per esempio misure per velocizzare la giustizia civile e agevolare operazioni di mercato, se ne può discutere. Purché non si preveda il ricorso a un veicolo pubblico o a garanzia pubblica. In questo caso, non essendo il mercato, chi e secondo quali criteri fisserebbe il valore dei crediti da rimuovere dai bilanci delle banche? Per capirci, se tale valore fosse inferiore a quello iscritto a bilancio, per le banche le perdite sarebbero comunque ingenti (tanto valeva affidarsi al mercato). Se invece dovesse corrispondere a esso, o superarlo, le perdite dovrebbero essere coperte dai soci della bad bank (tra cui lo stato?) o tramite garanzie pubbliche. Il fattore decisivo, insomma, è il valore di cessione dei crediti deteriorati: in una operazione di mercato verrebbe legato alla concreta possibilità di realizzo, quindi sarebbe probabilmente inferiore, anche di molto, a quello iscritto nei bilanci. Se si richiede un intervento pubblico, il sospetto è che si sappia già che il valore di mercato delle sofferenze di cui ci si vuole liberare sarebbe ben inferiore. In tal caso le perdite sarebbero cospicue, alcune banche si troverebbero costrette a ricapitalizzare, il che per molti gruppi di controllo sarebbe “scomodo”. Quindi intervenendo saremmo vicinissimi alla logica del “salvataggio” puro e semplice: non tanto delle banche ma – peggio – di chi le controlla. Se poi i maggiori istituti hanno già provveduto da tempo, in modo autonomo, negoziando la cessione dei crediti in sofferenza a intermediari internazionali specializzati, a chi serve questa bad bank? Il sospetto è che serva ad aiutare banche deboli, poco competitive e con difficoltà a ricapitalizzare, ma con solidi rapporti con il mondo politico-istituzionale. Infine, anche il legame tra rimozione delle sofferenze e ripresa del credito appare assai più incerto di quanto i fautori della bad bank vogliano far credere: trattandosi di una misura che agisce eventualmente solo sul lato dell’offerta (di credito), ma non anche sulla domanda, non è detto che grazie a essa imprese e famiglie torneranno a chiedere più credito per investimenti/consumi.
Daniele Capezzone
La bad bank ha senso, eccome se ce l’ha, ma solo se non si tocca un solo euro di soldi pubblici. Il caso spagnolo andrebbe insegnato nei licei e forse anche a Palazzo Chigi.
Al direttore - Ho apprezzato gli ottimi articoli di Sottile e Bordin e più in generale l’approccio del giornale in merito alle note vicende che vedono coinvolto, suo malgrado, il ministro Lupi che ha rassegnato le dimissioni. Di fronte a questo atto non si sa veramente più cosa pensare, se non che ci si trovi davanti a una farsa, ad una tragicommedia o a qualcosa che non si riesce a definire. Il Foglio ha giustamente evidenziato quello che forse è il punto più debole del governo Renzi: la riforma della giustizia. Le dimissioni del ministro, neppure indagato e anche se lo fosse non sarebbe tenuto a darle in attesa d’una condanna definitiva, mostrano la resa definitiva della politica a una certa magistratura e fanno dell’Italia un paese non degno di essere considerato civile nei rapporti fra cittadini e magistratura.
Pasquale Ciaccio
Renzi ha accettato di considerare “il contesto” come un elemento primario per accertare una responsabilità politica. E una volta che accetti questo principio è come formalizzare un patto non scritto con la magistratura: voi fate, io agisco. Fino a che riguarda gli altri, amen. Ma se un giorno dovesse riguardare qualcun altro, qualcuno dei suoi, per Renzi rischiano di essere problemi.